Servono con urgenza nuove politiche giovanili

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“Eran trecento, eran giovani e forti…” ma non erano i patrioti che nella celebre poesia di Luigi Mercantini morivano nel prematuro tentativo di unificare la penisola.
Più prosaicamente ci riferiamo a quei ragazzi che un mese fa si sono radunati, con chiamata via social network, per definire in una grande rissa collettiva chi fosse il più forte.
Non è nostra intenzione fare del facile moralismo, ma l’episodio deve portare tutti gli attori sociali a porsi delle domande e, possibilmente, a dare delle risposte. Non crediamo opportuno ridurre il tutto ad una questione estemporanea di sicurezza, seppur di rilievo peculiare, che facilmente potrebbe condurre ad una retorica analisi fine a se stessa in merito al disagio giovanile, al bullismo domestico, ecc.
Riteniamo invece che vi siano precisi compiti e responsabilità in capo ai principali “agenti informativi-formativi ed educativi”, e che sia necessario richiamare la loro attenzione su un fatto di tale gravità, svolgendo una particolare riflessione circa il “gruppo sociale” dei nostri giovani e su cosa intendiamo quando usiamo la definizione “politiche giovanili”.
Le difficoltà nel comprendere le dinamiche esistenti tra i giovani, nelle grandi città italiane, ha già da tempo prodotto episodi che hanno richiamato l’attenzione della cronaca e ora tocca anche a Bassano vivere tale fenomeno, com’è purtroppo capitato per altri tristi fatti di rilevanza internazionale.

È un problema molto complesso che deve porre seri interrogativi circa lo stesso impianto della società italiana, da troppo tempo piegata sulle generazioni adulta/anziana, a scapito delle più giovani.
Nonostante le numerose analisi e dissertazioni sul tema, le giovani generazioni sono di fatto escluse dalla partecipazione alla vita sociale attiva e le si considera più come un “problema”, quale l’episodio in parola, che come una “risorsa”.
Il mondo adulto guarda al mondo giovanile come qualcosa di altro e diverso, una tappa da superare per entrare nella fase della vita che conta, quella di “adulto lavoratore”, e non si pone in un vero rapporto di comprensione di quel comparto della società che primo tra tutti riesce ad interpretare il cambiamento tecnologico e di costume.
Non abbiamo le competenze per andare oltre con il ragionamento, ma ci rendiamo conto che da un lato la maggior parte dei ragazzi dai 13 ai 20 anni non partecipa attivamente alla vita sociale, dall’altro in età maggiore si realizza una pressoché inosservata, ma costante, emigrazione di coloro che dovrebbero costituire il futuro della nostra società anche locale, con una corrispondente massiccia immigrazione da paesi meno sviluppati che, sostituendosi ai primi, muterà in modo radicale la nostra realtà socio-economica.

Rispetto alle giovani generazioni abbiamo quindi una duplice, precisa responsabilità: creare le condizioni perché possano vivere la loro quotidianità in serenità, sentendosi parte integrante della comunità in cui vivono; permettere loro di vivere la propria formazione con la prospettiva concreta di un lavoro gratificante.
Qualche decennio fa le parrocchie e gli oratori erano in grado di intercettare la loro richiesta di socializzazione, oggi, anche in una comunità relativamente piccola come quella bassanese, questi centri di aggregazione non risultano più attrattivi, pertanto i ragazzi rimangono molto spesso da soli, nella migliore delle ipotesi in un contesto familiare positivo, a volte privo anche di quello, senza che la comunità cittadina pensi di proporre alcunché di alternativo e/o complementare.
L’amministrazione di una città, ma più in generale il contesto territoriale locale, non può prescindere dall’intraprendere un’azione organica in tale settore e ciò va fatto evitando di ricondurre l’esuberanza e la spinta innovativa propria dei giovani in schemi preconcetti riconducibili a modelli propri dell’età adulta.
Dobbiamo ammettere di non comprendere appieno quel mondo, per questo, in primo luogo si rende opportuna un’indagine sociologica estesa a tutto il territorio bassanese, che permetta di capire come i giovani si relazionano e comunicano tra loro, con gli adulti e le istituzioni, come vivono le relazioni interpersonali e quale esito abbia l’impatto delle nuove tecnologie sulla loro quotidianità.
A questo deve necessariamente accompagnarsi l’introduzione di nuovi modelli di responsabilizzazione degli individui più giovani, con percorsi qualificati di formazione ed avvio all’esperienza e all’impegno civico, sociale e politico-amministrativo, a cui devono partecipare tutti gli “attori coinvolti”, quali famiglia, scuola e amministrazioni pubbliche, incentivando formule di sussidiarietà orizzontale anche da parte di associazioni di cittadini, categorie economiche e mondo imprenditoriale.
Per affrontare in modo adeguato tale tema servono risorse che, a nostro avviso, devono essere destinate alla realizzazione di progetti culturali ed educativi organici e di ampio respiro, che si coniughino con quanto viene quotidianamente fatto dagli istituti scolastici e dalle famiglie. Ciò va fatto nell’ottica non di risolvere “problemi” ma di “utilizzare” adeguatamente le energie positive della comunità di cui i giovani sono parte essenziale.
Dobbiamo creare le condizioni per realizzare una vera e propria “mobilitazione generale” per dare nuovo impulso, sociale e culturale, alla società del futuro “che sta crescendo”.
L’episodio della maxi rissa in Parco Ragazzi del ’99 è indubbiamente un campanello d’allarme che ci avvisa che siamo già in ritardo.


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